giovedì 30 maggio 2013

Corrispondenti

Ogni abitante in via Regina Elena 22 aveva almeno un "corrispondente" da qualche parte di Italia. Figure reali, veri abitanti della casa. Mi riprometto quanto prima di farne un primo elenco a memoria.
Ma dedico questa bozza di post al mio primo corrispondente:
Stefano Rastelli di Riccione.
La geografia della casa di Arcidano grazie ai corrispondenti esplorava mondi lontani che diventavano familiari, una dilatazione spazio-temporale della casa.

Signora Prima

Uno dei momenti più emozionanti e attesi in via Regina Elena 22 era l'arrivo di signora Prima, la postina. Bisognava aspettare fino a tardi, forse la nostra era l'ultima casa dell'ultimo giro della consegna della posta. Ma quando arrivava credo che fosse felice. Non penso che in altri mondi fosse accolta come da noi. Una vera e propria gara. Concorrenza spietata allo stato puro. Attesa di giornalini, lettere e varie. Chi non l'ha provato non saprà mai la gioia pura di cui signora Prima era portatrice nel suo borsone di pelle da postina.

Edicola

Nella casa di Arcidano si leggeva moltissimo. E qui faccio solo l'elenco provvisorio.
Topolino (compresi Albi di Topolino, Classici e via dicendo).
Corriere dei Piccoli
Corriere dei Ragazzi
Il Giornalino
Il Messaggero dei Ragazzi
Lo Zecchino d'oro
Geppo
Braccio di Ferro
Soldino
Nonna Abelarda
Tex
Zagor

Nella casa di Arcidano si producevano molti giornali. E qui faccio solo l'elenco provvisorio.
Il dirigibile
Ciao Ragazzi
3+1 (comprese le varianti 3+1(+2))
Il mondo oggi

C'erano anche giornali per grandi.
Tempo
Domenica del Corriere
Bella
Alba
L'Unione Sarda
L'informatore del Lunedì

Mondi attigui

La casa di Arcidano era il centro del mondo. Era un mondo, ma era collegata a molti altri mondi, vicini e lontani. Con la casa di S'Archittu c'era da qualche parte un passaggio segreto, ovviamente metafisico e transrazionale, ma del tutto reale. Altri mondi lontani si chiamavano Busachi e Narbolia. Il viaggio verso Busachi era un'ascesa, richiedeva il passaggio di infinite curve e iniziava con un vero e proprio rito iniziatico: in fila ognuno riceveva un cucchiaino di una misteriosa pozione, che avrebbe evitato qualsiasi tipo di problema, in particolare la nausea. In questo lunghissimo viaggio la Lancia Fulvia rappresentava uno spazio dilatato, nel quale trovavano posto un numero quasi indefinito di persone (Ma di quanto succedeva nella Lancia Fulvia parleremo un'altra volta). Il viaggio verso Narbolia era più facile e aveva un primo snodo al km 99 della Carlo Felice. Gli altri tre snodi: la casa delle zie, la casa dei nonni (propriamente Narbolia) e la tappa finale da zia Giacinta e zio Antonico potrebbero essere argomento di un blog a sé.
La casa di Arcidano era il centro del mondo. Era un mondo, ma era collegata a molti altri mondi, lontani e vicini. Per questioni di sopravvivenza ci si rivolgeva a tziu Sergiu, e si poteva accedere al suo negozio a tutte le ore del giorno, in tutti i giorni dell'anno. In seconda battuta - un po' più lontano - si poteva anche passare da tzia Sara.
Altri mondi attigui erano la scuola elementare Grazia Deledda e la Chiesa parrocchiale.
Un mondo piuttosto lontano, ma questa volta raggiungibile a piedi, era la casa di Susanna, passeggiata domenicale dopo la messa delle 9.30.
Ma per me il mondo più affascinante per anni e anni è stato il negozio di signorina Maria Cera.
Non so se questo pensiero sia condiviso, ma per me signorina Maria Cera era la Lumaca, che nel film Pinocchio di Comencini mentre il burattino disperato batteva alla porta della fata Turchina sotto la pioggia, non arrivava mai, mai, mai, mai ad aprire la porta, e quelle scale non finivano mai, mai, mai (a questo film posso attribuire grandi gioie e turbamenti della mia infanzia).
Quando il negozio di signorina Maria Cera era un'edicola, era uno snodo domenicale. Dopo la messa avevamo la possibilità di comprare un giornalino.
Quando il negozio si trasformò in qualcosa di mai visto prima, per me fu un trauma. Che signorina Maria Cera non vendesse più giornalini non glielo ho mai perdonato completamente.
Entrare in quel negozio era fare esperienza - positiva, negativa, angosciante, dipende dai punti di vista - della lentezza. Non c'era fretta in quel mondo. Non esistevano vere preferenze. Gli ultimi arrivati valevano come i primi, senza forzature, pazientemente, lentamente, con professionalità, senza mai un moto di stizza verso il cliente noioso. Il fascino di signorina Maria Cera era assoluto, la sua mitezza proverbiale.
E poi c'erano altri mondi: la riforma, Gentibis (inspiegabilmente segnalato come Gentilis nei cartelli stradali), San Gavino, Oristano, Cagliari, Bugerru.
Ma la casa di Arcidano era il centro del mondo.

sabato 18 maggio 2013

Vasi da notte

La casa possedeva una dotazione di vasi da notte.
Stesso modello, colori diversi: celeste, rosa, bianco.
Distribuirli faceva parte dei nostri servizi quotidiani, tipo apparecchiare.
Poco prima di cena, passavamo di stanza in stanza: avevamo un sistema preciso di smistamento, i vasi - a pochi metri dall'obiettivo - venivano lanciati e arrivavano a destinazione scivolando con pochissimo attrito.
In fondo il vaso era uno strumento utile che evitava molti problemi, ed era certamente più divertente distribuire vasi da notte che apparecchiare.
Non so proprio perché a un certo punto i vasi da notte vennero dismessi.

Sotto il letto

Una casa grande per un adulto, è sconfinata per un bambino.
Il piano di su, quando la sera all'ora di andare a letto tutti eravamo giù, mi faceva una grande paura.
Vuoto, buio... quante persone potevano nascondersi in quelle stanze, negli armadi, sotto i letti, dentro i comodini?
Crollavo dal sonno, ma l'idea di andare su da solo su mi terrorizzava.
Una volta manifestata l'intenzione di andare a letto temevo l'invito: "Inizia ad andare, poi ti raggiungo".
Il tragitto tra giù e su diventava terribile, quali mostri mi aspettavano?
Mi succedeva dal giorno in cui al mare avevo visto un ubriaco svenuto per terra, dietro il muretto del lungomare vicino a casa. Uno spavento terribile. (Per anni ho controllato sotto il letto prima di andare a dormire, e qualche volta ho aperto gli armadi, e qualche volta anche da grande ho avuto - da solo, in un'altra grande casa nel colle delle ginestre - le stesse paure).
A metà delle scale iniziavo a gridare "Sto arrivando", senza sortire grande effetto.
"Sono arrivato", ma mancava ancora un gradino.
Accidenti, non potevano sentirmi, troppo lontano, troppo grande la casa.
Tornare indietro mi avrebbe messo nel ridicolo: si può avere paura, ma non si deve dire. (L'infamia di essere pauroso è un fardello insopportabile per un bambino).
L'andito non finiva mai, da ognuna delle tre porte che vi si affacciavano poteva sbucare qualcuno - e non era certo Michele-con-i-denti-di-Dracula.
La paura avanzava ("Ma perché nessuno degli altri aveva sonno come me?").
Finalmente la mia stanza, sotto il letto non c'è nessuno (ma non avevo una strategia nel caso avessi trovato qualcuno).
Mettere il pigiama era una questione di secondi: la paura rende velocissimi.
Ormai, dentro alle coperte, che arrivasse o no uno dei grandi, finalmente ero al sicuro.
Fino alla prossima volta, magari proprio domani. Meglio non pensarci.

venerdì 17 maggio 2013

Il pianoforte in affitto

E quella bambina, che aveva sei anni e suonava già il pianoforte, esibita da genitori-anni-settanta in cerca di riconoscimento sociale, mi aveva fatto pena. Io che ne avevo forse due o tre in più.
Lì, costretta a suonare il nostro petrof in affitto, nella stanza degli ospiti-poi di nonna-poi di Paolo, contando le battute con un certo affanno. Mi si stinge ancora il cuore rivivendo quella scena, con quegli adulti adulatori di se stessi, alle spalle di una povera bambina prodigio.
Ed io che rovino la bugia degli adulti (e mamma mi sgridò, dicendo quelle cose che gli adulti pretendono a volte ingiustamente dai bambini).
"Abbiamo comprato da poco questo pianoforte per i ragazzi che stanno imparando a suonarlo" (mamma agli ospiti)
"Ma non è in affitto?" (chissà perché i bambini ascoltano i discorsi dei grandi e si intromettono a gamba tesa)
"Prima l'abbiamo preso in affitto ma ora lo abbiamo comprato" (ma il danno era fatto).
La conversazione ebbe un appendice in privato:
"Se un grande dice che una cosa è nera anche se è rossa, tu devi dire che è nera".
A me non tornavano i conti. Avevo solo detto la verità.
Ma per fortuna quelle frequentazioni durarono poco, e non ho più avuto ordini simili (solo un'altra volta, di cui racconterò).
Comunque il pianoforte in affitto, un giorno venne comprato davvero, e il petrof diventò parte integrante della casa.